Il veleno in Italia

In Italia l’uso del veleno è stato una pratica legale sino al 1977; il veleno veniva impiegato soprattutto a fini venatori, per eliminare i predatori di animali cacciabili.
Alcune specie di rapaci sono scomparse dall’Italia o da ampie zone di essa a causa dell’uso del veleno e dell’uccisione con armi da fuoco (per maggiori dettagli vai alla sezione del sito “Le specie”).
Attualmente la pratica è ancora molto diffusa anche se, purtroppo, non si dispone di dati completi ed omogenei.
Nell’ambito del progetto LIFE ANTIDOTO il Centro di Referenza Nazionale per la Medicina Forense Veterinaria dell’Istituto Zooprofilattico delle Regioni Lazio e Toscana (IZSLT) ha effettuato, in collaborazione con il Parco Nazionale Gran Sasso-Laga, una raccolta ed analisi dei dati disponibili sui casi di avvelenamento di fauna selvatica e domestica in Italia tra il 2005 ed il 2009. Nel periodo considerato sono stati registrati 4.588 animali avvelenati e 2.188 bocconi avvelenati. Si tratta, però, di dati molto parziali che non comprendono, tra l’altro, quelli di regioni nelle quali i casi di avvelenamento sono piuttosto frequenti (Abruzzo, Sardegna e Sicilia).
Tra i mammiferi domestici le vittime più comuni del veleno sono risultate il cane (2.370 casi) ed il gatto (806) mentre tra le specie selvatiche il triste record spetta alla volpe (126) ed al lupo (36).
Il piccione è la specie più colpita tra gli uccelli domestici (975); tra quelli selvatici è la poiana ad essere la vittima più usuale o, meglio, quella maggiormente rinvenuta (19). E', infatti, una specie parzialmente necrofaga ed abbastanza comune.
Lo studio ha permesso di rilevare che i casi di avvelenamento registrano una distribuzione temporale caratterizzata da due picchi evidenti: il picco maggiore si verifica tra febbraio e marzo, il picco minore in ottobre. Ciò potrebbe essere riconducibile alla concomitanza con tre fattori: i ripopolamenti di specie cacciabili, l’uscita del bestiame dalle stalle e la ricerca dei tartufi.
Altro elemento di rilievo emerso riguarda l’enorme disparità di dati raccolti tra una regione e l’altra che testimonia, probabilmente, non tanto o non solo un uso più o meno intenso del veleno ma anche una differente sensibilità al problema ed alla conseguente segnalazione degli episodi.
I dati raccolti non fotografano, sicuramente, la reale entità del fenomeno perché il rinvenimento di bocconi o carcasse di animali è fortuito e perché non sempre, quando anche questo si verifica, viene segnalato alle autorità competenti.
Inoltre in Italia il monitoraggio di specie di carnivori o di rapaci necrofagi mediante radiotracking terrestre, satellitare, GSM o altri vari sistemi di marcatura è poco diffuso mentre potrebbe essere di grande aiuto per il rinvenimento di eventuali individui morti e la conseguente valutazione dell’incidenza del veleno sulle loro popolazioni.
Lo studio dell’IZSLT si può scaricare qui: http://tinyurl.com/laf2oo6

  • Immagine 1
  • Carcassa di un nibbio reale munito di placche alari, morto in Umbria per aver ingerito un cocktail di sostanze tossiche
  • Immagine 2
  • Lupo avvelenato in Abruzzo
  • Immagine 3
  • Grifone avvelenato in Abruzzo
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